Le abitudini fanno parte della nostra vita e spesso sono necessarie. Ci sollevano dal dover pensare di continuo a cosa scegliere o cosa può esser meglio per noi. Ci basta averlo già valutato e consolidato per poter inserire il pilota automatico e proseguire senza ulteriori ripensamenti. Ovviamente questo può andar bene per piccole scelte, per gesti quotidiani che ormai si fanno senza rallentare le nostre giornate.
Il cervello si programma su schemi ripetuti attraverso meccanismi neurobiologici precisi. Quando ripetiamo un’azione, i neuroni coinvolti sviluppano connessioni più forti tra loro, creando vere e proprie “autostrade neurali”.
Questo processo rende il comportamento automatico, richiedendo sempre meno energia cognitiva. È per questo che possiamo guidare mentre conversiamo o lavarci i denti mentre pensiamo alla giornata.
Cosa succede se le abitudini si creano con le esperienze negative?
Non cambia molto purtroppo, ci si può abituare anche al peggio. Alla guerra, alla violenza, alla privazione. Avviene anche se non si è a stretto contatto con il dolore. L’assuefazione si appropria di ogni emozione se nel frattempo restiamo passivi o pensiamo di non poterci fare niente. La differenza la possiamo fare anche nel modo di vedere le cose. Realisticamente su alcune situazioni non abbiamo la possibilità di intervenire, ma ciò non significa doverle accettare in modo passivo. Non significa non dover più provare emozioni. Il rischio è questo: abituarsi al dolore fino a non dargli più ascolto. Quella che è una modalità di sopravvivenza, non può diventare un impoverimento. Adattarsi non serve se non ci consente di evolvere.
Riconoscere questo meccanismo è già il primo passo per spezzarlo. Possiamo scegliere di interrompere l’automatismo. Ritrovare il nostro potere nel sostenere le situazioni. Può bastare un gesto piccolo: parlarne con qualcuno, scrivere cosa proviamo, cambiare una routine. Ogni azione consapevole crea nuove connessioni nel cervello e ci restituisce il senso di azione nella nostra vita. Non serve stravolgere niente, solo sentire di poter essere attivi e non passivi in ciò che ci capita. Quando non possiamo cambiare gli eventi, possiamo intervenire nel modo di affrontarli o sostenerli. A volte il cambiamento può già partire dai nostri occhi, dal modo di osservare, ma per poterlo fare bisogna conoscere il proprio modo di vedere. Anche questo può sembrare automatico, ma invece resta l’essenza del nostro modo di vivere.