Salvami

di | 2 Aprile 2015

Capita a volte che si abbia la tentazione di lasciarsi andare, di non riuscire a trovare una soluzione o la forza per cercarla, allora ci si vorrebbe affidare ad altro, all’idea che qualcosa o qualcuno intervenga per salvarci. Che sia una persona reale o no, nell’attesa che qualcos’altro dall’esterno possa sostenerci, darci la forza che non troviamo altrove, c’è già una rinuncia a lottare, a credere in se stessi, a occuparsi di sé. In richieste analoghe c’è anche il pensiero di essere impotenti, di non essere competenti o autosufficienti. Naturalmente nei momenti più difficili è importante, spesso necessario, chiedere aiuto, non sostenere carichi di dolore da soli, imponendosi di essere forti.

Chiedere aiuto è differente però dall’idea che possa essere qualcun altro o qualcosa fuori da noi stessi a salvarci. A volte dietro la ricerca ostinata e cieca di qualcuno che cambi la nostra vita, che ci porti tutto quello che manca, c’è la paura di rimanere o sentirsi da soli. Una paura nascosta, atavica, che si cerca di allontanare in tutti i modi pur di non doverla mai sostenere. Una ricerca affannosa che può procurare stati d’ansia, scelte errate o inadatte, pur di non ritrovarsi a far i conti con quella parte profonda, più intima. Oggi ci sono sempre più occasioni per distrarsi da se stessi, nonostante i continui riflettori sotto cui ci si ritrovi ad agire. Paradossalmente la continua attenzione, la costante connessione e condivisione, facilitata dalla tecnologia attuale,  porta a mostrarsi più che a conoscersi. Tutto risulta più fluido, un presente liquido, impalpabile che si affaccia verso un futuro incerto, minaccioso, in cui non c’è più tempo per l’attesa. La ricerca della propria identità lascia il posto al bisogno di esserci, nonostante sia una presenza provvisoria e poco definita. Questa ambiguità genera relazioni altrettanto precarie, procurando spesso ulteriore dolore e solitudine. L’idea di trovare soluzioni rapide che portino al raggiungimento di soddisfazioni fugaci rinforza questo circolo riportando al punto di partenza con ancora meno fiducia nel futuro e nelle proprie possibilità. Difficile spezzare il circuito senza affrontare le proprie paure, senza fermarsi e focalizzarsi sui bisogni reali e concreti. Spesso è più facile rinunciare, accontentarsi di ciò che è più vicino anche se non corrispondente a ciò che si sta cercando. Nella rinuncia c’è una doppia perdita, non si ottiene quello che si vorrebbe e si smette di provarci a ottenerlo, di pensare a sé e alla propria realizzazione.

Si può e si deve chiedere aiuto, ma il lavoro per la propria felicità è una responsabilità da assumersi se si vuole arrivare a nuovi traguardi.

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